La Risiera di San Sabba – il Lager Nazista di Trieste

Ingresso soffocante della Risiera di San Sabba pareti in cemento

Dopo aver visitato il centro storico di Trieste e tutte le sue principali attrazioni, prendiamo l’automobile e raggiungiamo la vicina Risiera di San Sabba: il lager nazista di Trieste.

Ho già visitato questo posto durante una gita scolastica delle elementari, ma i miei ricordi sono piuttosto confusi, probabilmente a quell’età non avevo gli strumenti per capire esattamente quello che mi stavano raccontando.. sono atrocità che è difficile comprendere anche da adulti.

La Risiera di San Sabba si trova a pochi chilometri dal centro storico di Trieste, continuando verso il confine con la Slovenia in direzione di Capodistria. Siamo immersi in un’area industriale che non fa certo venire voglia di visitare questa parte della città. Lasciamo l’automobile nel grande parcheggio al fianco della risiera che è antistante a un grande supermercato.

Gli Spazi della Risiera di San Sabba ^

Ingresso soffocante della Risiera di San Sabba pareti in cemento

Arrivati alla Risiera di San Sabba entriamo attraverso un corridoio di altissimo cemento. Probabilmente per via della consapevolezza di cosa rappresenti questo luogo, ma questo ingresso così stretto ci fa diventare improvvisamente seri.

Al termine di questo corridoio si trova l’ufficio informazioni della risiera, dove è possibile prendere un audioguida o trovare materiale informativo.

La vecchia fabbrica della risiera di San Sabba aveva in realtà un perimetro più ampio e occupava anche il parcheggio nel quale abbiamo lasciato l’automobile, che rappresentava il cortile interno. Questo spazio, prima della conversione dell’edificio in lager, veniva impiegati come magazzino e ricovero per animali da macello.

La Cella della Morte ^

Al termine del corridoio di ingresso, subito dopo l’ufficio informazioni, c’è una stanza vuota e buia, senza alcuna finestra.

Questa è la cella della morte, dove venivano portati i prigionieri in attesa di esecuzione o di essere smistati. Nel giro di poco tempo ogni deportato capiva a cosa servisse realmente quella sala e che una volta entratoci era impossibile farne ritorno.

Cella della Morte della Risiera di San Sabba

Da qui le persone venivano prelevate e uccise con diverse modalità: asfissiate tramite gas, a colpi di mazza ferrata (ritrovata tra le macerie del campo una volta liberato), per impiccagione e, saltuariamente, attraverso fucilazione. Le uccisioni avvenivano solitamente di notte, e le SS aizzavano cani o trasmettevano musica ad altissimo volume all’interno del campo per coprire le grida dei prigionieri.

Le Cellette ^

Subito dopo la cella della morte, si accede al cortile interno della Risiera e, sulla sinistra, si trova la stanza dedicata alle celle. Qui una successione di porte di legno aperte lascia vedere la struttura di una singola cella, composta da due assi di legno dove le persone potevano stendersi.

Questa stanza è quella che ha mantenuto maggiormente il suo aspetto rispetto a quello che aveva durante il periodo in cui era attivo il lager. Queste 17 micro celle rappresentavano una prigione nella prigione, ed erano riservate principalmente a oppositori politici e membri della resistenza locale.

Ancora un’altra volta le cellette erano un luogo dal quale cercare di stare più lontani possibili: spesso da qui si passava alla cella della morte o alla deportazione verso altri campi di concentramento.

La dimensione di ogni singola cella è di circa un metro e venti di larghezza per due di profondità e venivano stipate talmente tanto da farci stare anche sei persone contemporaneamente. Le prime due celle avevano un utilizzo ancora differente: non è chiaro se venissero impiegate come zona di tortura, di deposito o per entrambi gli scopi.

Il secondo piano di questo edificio era occupato dai laboratori di sartoria e calzoleria, nei quali venivano impiegati alcuni prigionieri del campo.

La Sala delle Croci ^

La sala delle croci è la stanza successiva alle cellette. Il suo nome è dovuto all’effetto visivo che si percepisce dalla messa a nudo delle travi portanti della vecchia fabbrica e dall’eliminazione dei tre piani superiori.

In questa stanza, divisa in ampie camerate, venivano rinchiusi ebrei e prigionieri politici che sarebbero dovuti essere deportati verso altri campi. Lungo tutte le pareti erano presenti incisioni e scritte fatte dai prigionieri, di cui però oggi non c’è più traccia.

Originariamente l’edificio era diviso su più piani e il piano terreno della Sala delle Croci veniva impiegato come magazzino di tutti i beni razziati nel territorio, durante i rastrellamenti. Visitando questa sala, sulla parete che dà verso il cortile interno, si può notare una vetrinetta con una serie di oggetti personali razziati agli ebrei triestini e portati in Carinzia da alcuni nazisti durante la loro fuga del 1945, che furono però intercettati dagli alleati e riportati in città per restituirli ai legittimi proprietari. Purtroppo, come prevedibile, molti dei proprietari non erano sopravvissuti e quindi gli oggetti rimasero a Roma al ministero del tesoro. Nel 2000 vennero restituiti alla comunità ebraica di Trieste che ne mise a disposizione una piccola parte per il Civico Museo della Risiera di San Sabba.

Sala delle Croci del lager nazista - Struttura in legno nuda

Il Forno Crematorio nello Spiazzo Centrale ^

L’aspetto attuale del cortile della Risiera di San Sabba è piuttosto differente da quello che aveva mentre il campo era in uso. In un atto di vigliaccheria assoluta, prima di lasciare questo spazio, i nazisti fecero saltare in aria il forno crematorio e la sua ciminiera, così da distruggere le prove di quanto avvenisse all’interno del campo.

Nello spiazzo centrale erano presenti due edifici industriali e un’alta ciminiera di 40 metri. Gli edifici qui presenti avevano un duplice scopo: venivano impiegati per giustiziare i prigionieri e servivano a nascondere il forno crematorio, così che gli altri prigionieri non potessero vederlo direttamente. Entrambi furono fatti saltare in aria il 29 aprile del 1945.

Le testimonianza postume sul lager di Trieste, arrivate dagli stessi nazisti, furono discordanti circa la struttura del forno crematorio. C’è chi parla dell’utilizzo di una sorta di griglia alla base della ciminiera e chi invece della creazione ex novo di un impianto all’interno di uno degli edifici al centro del piazzale. 

Furono invece tutti concordi sul fatto che le ceneri delle vittime venivano buttate in mare, dal vicino molo della raffineria di San Sabba.

Sala delle Commemorazioni ^

Alla sinistra dello spazio in cui si trovava il forno crematorio è possibile prendere un piccolo passaggio che conduce fino alla Sala delle Commemorazioni. Questo è uno spazio all’aperto dove sono state affisse diverse targhe che rendono omaggio alle vittime del lager e ai prigionieri che sono stati rinchiusi qui dentro. 

Da qui è possibile anche entrare nello spazio chiuso dove si susseguono una serie di tabelloni che raccontano la storia del nazismo e di come questo possa avere avuto incredibilmente presa su una larga fetta di popolazione che ha assistito a questo grande crimine.

Il Museo della Risiera di San Sabba ^

Il museo della Risiera di San Sabba è ospitato al pian terreno del vecchio molino del riso, l’edificio più grande di tutto il complesso che raggiunge i sei piani ed è costruito in mattone rosso.

All’interno di questo spazio una serie di tabelloni descrive la crescita del nazismo in questi territori e la storia precisa della Risiera di San Sabba. Queste affissioni sono integrate da grandi blocchi in cemento, all’interno dei quali si possono vedere dei video e delle testimonianze da chi ha vissuto, da vittima o da aguzzino, questa storia. A integrazione di questi materiali vediamo anche alcuni reperti recuperati dal campo, come divise o oggetti appartenuti alle persone che hanno transitato per la Risiera.

All’epoca del lager al pian terreno di questo edificio c’era la mensa e la cucina, nella quale venivano impiegati le donne dei collaboratori ucraini. I piani superiori erano invece dedicati alle camerate delle SS e dei loro ausiliari.

Per trasformare l’intero sito in un museo venne indetto un concorso alla fine degli anni ’60 che è poi scaturito in un secondo concorso vinto dall’architetto di Trieste Romano Boico, il quale descrisse il progetto dicendo: “Mi sono proposto di togliere e recintare più che di aggiungere. Eliminati gli edifici in rovina ho perimetrato il contesto con mura cementizie alte undici metri, articolare in modo da configurare un ingresso inquietante. Il cortile cintato si identifica, nell’intenzione, quale una basilica a cielo libero. L’edificio dei prigionieri è completamente svuotato e le strutture lignee scarnite di quel tanto che è parso necessario.
Inalterate le diciassette celle e quella della morte. Nel cortile un terribile percorso in acciaio, leggermente incassato: l’impronta del forno, del canale del fume e della base del camino.”.

Il Monumento Nazionale della Risiera di San Sabba venne inaugurato il 24 aprile del 1975. Essendoci anche una parte destinata a museo, la Risiera di San Sabba ha raccolto una parte di oggetti razziati agli ebrei donata dalla Comunità ebraica di Trieste nel 2000.

Ogni anno sono circa 100.000 le persone che giungono a visitare questo luogo della memoria. 

Stella rossa ritrovata dentro alla Risiera di San Sabba

Storia della Risiera di San Sabba ^

La Risiera di San Sabba nasce come spazio per la pilatura del riso, ma ben presto questi edifici tradirono la loro iniziale vocazione e si trasformarono in un luogo da cui tenersi lontani. Per chi era costretto ad entrarci la risiera rappresentava l’inferno vissuto in prima persona, per chi ne sentiva parlare era invece meglio tenersi alla larga.

Prima del lager ^

La storia della Risiera di San Sabba comincia nel 1898. In questo anno la società Pilatura del riso del Litorale compra i terreni per costruire l’insieme di edifici che utilizzerà per lavorare il riso. Già all’epoca San Sabba era un rione periferico della città di Trieste.

In breve tempo vengono costruiti gli spazi della Risiera, ma il crescente lavora implica continue ristrutturazioni e ampliamenti degli spazi, che si susseguono fino al 1913. Dopo qualche anno però, la produzione va diminuendo fino al totale arresto arrivato nel 1927. Già dal 1930 l’esercito italiano cominciò a utilizzare questi spazi come magazzino e, nel 1940 anche come caserma militare. 

La trasformazione della Risiera di San Sabba in un lager nazista ^

Il territorio di Trieste viene poi occupato dalle forze tedesche che, dall’otto settembre 1943, trasformano la Risiera di San Sabba in un campo di prigionia provvisorio per i militari italiani (Stalag 339). Dopo poco la risiera diventa il Polizeihaftlager, ovvero il campo di detenzione e di polizia.

Questo andava a completare un sistema italiano che comprendeva anche i campi di detenzione di Fossoli, Borgo San Dalmazzo e Bolzano, con la particolarità che era l’unico dotato di forno crematorio. 

All’interno del campo i prigionieri erano impiegati in diversi lavori, dal tagliare la legna per alimentare il forno crematorio, allo smistamento dei vestiti delle vittime, dalla cernita dei beni razziati agli ebrei alle pulizie, dai lavori in cucina alla sartoria e alla calzoleria per le SS.

Si stima che il numero di persone passate per il campo della Risiera di San Sabba sia intorno alle 4/5.000 mila e che 349 abbiano trovato qui la morte.

Il fascismo di confine ^

Il fascismo ha rapidamente attecchito su Trieste, nel 1921 infatti gli iscritti alla federazione del fascio erano 14.000 e rappresentavano la realtà più grande d’Italia. L’incertezza del futuro e la crisi economica furono degli ottimi veicoli per un sentimento di crescente intolleranza e rabbia che doveva sfociare in qualche maniera. A Trieste in particolar modo, si verificò il fenomeno del “fascismo di confine”, che aveva l’obiettivo di difendere il confine nazionale dai pericoli interni ed esterni, prendendosela in particolar modo con croati e sloveni. In questo processo vennero prima eliminate le istituzioni estere presente nel territorio della Venezia Giulia, poi le scuole furono tutto italianizzate e successivamente furono messi vincoli che impedivano a sloveni e croati di accedere al pubblico impiego italiano. Anche la lingua subì un drastico cambiamento, tanto che cognomi, nomi e toponimi arrivati dai vicini confini vennero italianizzati. Nel giro di pochi anni un quinto delle persone slovene e croate abbandonarono le terre annesse all’Italia dopo la prima guerra mondiale.

Quando le truppe germaniche occuparono l’Italia, Hitler emanò un’ordinanza che stabiliva la nascita di due zone di operazioni che coprivano le aree di confine, nelle quali il regime d’occupazione venne intensificato rispetto al resto del territorio, assumendo spesso il controllo diretto sul territorio mettendo da parte le autorità civili italiane.

La lotta agli ebrei ^

Nel 1938, proprio nella Piazza Unità d’Italia il duce Benito Mussolini teorizzò il razzismo fascista, annunciando anche un inasprimento delle condizioni verso gli ebrei. Iniziava ufficialmente la campagna discriminatoria nei confronti di queste persone che andava completandosi con la pubblicazione del “Manifesto della razza”. Dall’autunno del 1943 gli ebrei vennero rastrellati e consegnati al deportatore nazista e in parte passarono proprio da qui.

Particolarmente dura fu la Shoah nei territori di confine. La prima retata avvenne nel Litorale Adriatico a Trieste il 9 ottobre del 1943 e la seconda il 29 ottobre. Il rastrellamento continuò nella comunità ebraica di Gorizia il 23 novembre e il 20 gennaio dell’anno successivo venne colpito l’ospizio triestino che veniva utilizzato come ospedale israelitico e ricovero per gli anziani ebrei. 

Il 28 marzo 1944 vennero epurati dai malati ebrei anche tutti gli altri ospedali cittadini. 

Il conteggio finale ha fatto emergere che 708 ebrei vennero deportati dalla comunità di Trieste, su un totale di circa 7.806 persone deportate da tutta l’Italia per svariati motivi. Dalla stazione centrale di Trieste partirono 23 convogli carichi di persone ebree e prigionieri politici con destinazione verso i campi di concentramento europei. Dei 1.235 ebrei catturati nel Litorale Adriatico solo 39 fecero ritorno dai campi di concentramento alla fine della guerra.

Tutti i beni appartenenti agli ebrei vennero requisiti e stoccati all’interno della Risiera di San Sabba e alla Sinagoga di Trieste.

Un censimento del 1938 contava la presenza di 5648 persone sul territorio di Trieste nate anche da un solo genitore ebreo. Nel 1945, al termine della seconda guerra mondiale, a Trieste erano presenti solamente 500 ebrei.

Il collaborazionismo e la lotta partigiana ^

Il collaborazionismo nazista ha avuto diverse facce. In primo luogo si trattava di un collaborazionismo ideologico, che reinterpretava il fascismo e aderiva convintamente al nazismo appoggiando il regime di occupazione in tutte le sue forme, soprattutto nella fase di repressione delle forze della Resistenza, coinvolgendo la popolazione civile. Questi erano principalmente rappresentati da reparti italiani che facevano capo alla Repubblica sociale italiana, ma che erano fuori dal suo controllo.

Questi reparti erano coadiuvati da nuclei speciali inseriti negli organi della pubblica sicurezza, come la Banda Collotti di Trieste o la Banda Borsatti a Palmanova. 

Tutte queste forze operavano a stretto contatto o erano alle dipendenze dirette delle SS. 

Dall’altra parte era presente un collaborazionismo di amministratori e burocrati, come prefetti, podestà, giudici, funzionari pubblici, che garantivano il governo del territorio. 

In un periodo di così forte incertezza, anche il ceto imprenditoriale appoggiava tendenzialmente le autorità di occupazione nazista, in un’ottica di autotutela. Infine era presente anche la cosiddetta “zona grigia”, composta da chi era stato condizionato da decenni di propaganda anticomunista e antislava e accettava passivamente le forze e i metodi adottati “a favore dell’italianità del territorio”.

Sala delle celle verso ingresso al lager di Trieste

Sul fronte opposto si trovava invece la lotta partigiana, che aveva una schiera compatta di nemici da combattere e che, per fargli fronte, aveva un carattere plurinazionale, formato da italiani, sloveni e croati. I partigiani sloveni e croati erano già presenti in questi luoghi dal 1941 ed erano impegnati in una continua battaglia contro l’esercito italiano e gli altri eserciti che avevano invaso la Jugoslavia. 

Quando il territorio del Litorale Adriatico venne dichiarato territorio di lotta alle bande (9 novembre del 1943) le forze tedesche ebbero una sorta di carta bianca nella repressione da intraprendere anche nei confronti della popolazione. Questa venne considerata potenzialmente nemica, quasi alla stregua dei partigiani, che videro quindi ingrossare le loro fila. Aumentò quindi l’attività di resistenza che si tradusse con una sempre maggiore violenza da parte dei tedeschi che, spesso, diedero il via ad eccidi e rappresaglie anche contro la popolazione civile.

Molte persone vennero quindi catturate e deportate nei Lager nazisti come oppositori politici. Circa un quarto del numero totale di deportati italiani provenne dal Litorale Adriatico, con un totale di 8222 persone dove “solo” 1457 di queste erano ebree.

Dopo la liberazione del campo e il Processo ^

Dalla liberazione del campo nel 1945 al 1965 la Risiera venne utilizzata come campo di raccolta per i profughi in fuga dai paesi oltre la “cortina di ferro”. Il 15 aprile del 1965 il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat dichiara questo luogo Monumento Nazionale per il suo rilevante interesse storico e politico. Questo determina la creazione di vincoli per area di interesse storico sul cortile interno, le micro-celle e l’area dove si trovava il forno crematorio.

Nel 1976 prende il via l’inchiesta giudiziaria che indaga su quanto avvenisse all’interno della Risiera di San Sabba e dalla quale si è scoperto che si trattava prevalentemente di un campo di transito per le vittime della persecuzione razziale (principalmente ebrei), mentre rappresentava il braccio della morte per le vittime della persecuzione politica o di crimini di guerra, come antifascisti e partigiani. Nel processo vennero coinvolti 174 testimoni e furono imputati due ufficiali per “l’omicidio plurimo pluriaggravato continuato” dovuto alla soppressione di un numero rilevante di persone. August Dietrich Allers morì durante il lungo iter giudiziario, mentre Josef Oberhauser non si presentò. Dai capi di imputazione vennero esclusi i reati di omicidio commessi nei confronti di partigiani e della resistenza, in quanto motivati dalle leggi di guerra. Il processo si concluse con l’ergastolo di Josef Oberhauser, che però non venne mai consegnato all’Italia da parte delle autorità tedesche.

Il processo ebbe comunque una sua valenza, infatti servì per incrinare la cortina di silenzio che avvolgeva i crimini perpetrati nella Risiera di San Sabba, portandoli a conoscenza dell’opinione pubblica.

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La Risiera di San Sabba - il Lager Nazista di TriesteGuida completa e storia della Risiera di San Sabba, il lager nazista da visitare a pochi chilometri dal centro storico di Trieste.https://www.lorenzotaccioli.it/la-risiera-di-san-sabba-il-lager-nazista-di-trieste/
Lorenzo Taccioli