Pit Stop

La scoperta della vulnerabilità del proprio corpo alla soglia dei 30 anni. Arrivare a questa età senza avere mai avuto un serio segnale dal proprio fisico con il quale richieda di essere ascoltato rende ancor più inaspettata questa degenza.

Alzare il volume dell'autoradio per non sentire lo strano rumore proveniente dall'automobile: una frattura da stress dovuta al continuo ignorare le avvisaglie con cui veniva richiesto riposo.

Passare dall'incredulità della prima ingessatura allo straniamento per la rottura di una routine fatta di lunedì-venerdì in ufficio. Rimanere intere giornate solo in casa crea un'atmosfera surreale, come di una vita parallela, dove i contatti telefonici sono la propria finestra sul mondo e gli incontri serali più che mai sentiti. Un'atmosfera surreale ma piacevole, un'occasione per ascoltare se stessi e riprendere quei lenti ritmi ormai dimenticati, dove capire come poter fare una doccia diventa frutto di una riflessione.

Imparare a curarsi con punture e muoversi lentamente tra i fornelli, come in un pit stop dove non è chiaro il problema che ha portato al fermo dell'automobile.

Nelle fotografie di Pit Stop viene sospesa e descritta la routine delle giornate di degenza, fatte di conquiste progressive che riportano ad un'autonomia sempre maggiore.

Il passare del tempo non viene scandito dall'orologio, ma dal numero di punture iniettate quotidianamente per evitare coaguli di sangue. La serie si apre con un autoritratto statico in una stanza vuota e si chiude con uno scatto nella stessa stanza, ma in movimento verso l'uscita che simboleggia il ritorno alla vita esterna.