The Cleaner – Marina Abramović a Firenze

Reperformance di Marina Abramović - Cleaning the Mirror - Pulizia di uno scheletro con una spazzola e acqua sporca

Marina Abramović è un nome noto praticamente a tutti. C’è chi la ama e la segue da diversi anni in tutte le sue performance e chi invece la detesta, perché la vede come un grande bluff. Altri ancora pensano che negli anni abbia perso quella vena di innovazione che contraddistingueva i suoi lavori iniziali, diventando ormai poco credibile.

Comunque la si pensi, credo che una visita alla mostra The Cleaner, allestita a Palazzo Strozzi di Firenze possa aiutare a inquadrare meglio il percorso artistico e la vita di questa donna che, inevitabilmente, ha contribuito al panorama dell’arte.

The Cleaner - Retrospettiva completa di Marina Abramović a Firenze - Palazzo Strozzi

Marina Abramović – The Cleaner a Palazzo Strozzi ^

La mostra The Cleaner va in scena dal 21 settembre 2018 al 20 gennaio 2019 presso gli spazi dello storico Palazzo Strozzi di Firenze. In questa location sono già passati diversi nomi dell’arte contemporanea, tra cui Bill Viola. The Cleaner è la prima grande retrospettiva italiana dedicata a Marina Abramović che con le sue opere è stata senz’altro un’innovatrice.

Io credo che, comunque la si pensi, non si possa non sostenere che Marina Abramović abbia dato un grosso contributo al mondo dell’arte performativa. Anche qualora si creda che sia poco credibile, le si deve tributare il fatto di aver portato questa tipologia di arte al grande pubblico, rendendola nota e accessibile a chiunque.

Onestamente ho trovato The Cleaner estremamente interessante e coinvolgente. Questa mostra mi ha aiutato a conoscere meglio quest’artista, a scoprire alcune opere di cui ignorava totalmente l’esistenza e a darmi nuove chiavi di lettura su performance che già conoscevo.

La vita di questa artista è strettamente legata alla sua arte, nel vero senso della parola, anche per via delle molteplici esibizioni in cui l’ha messa seriamente a repentaglio. Per questo motivo in una mostra dedicata a Marina Abramović non si può che ripercorrere la sua vita.

In The Cleaner sono in mostra oltre cento opere. Trattandosi quasi esclusivamente di performance, quello che si può vedere sono principalmente foto e video delle sue esibizioni. Non mancano gli oggetti originali o alcune ricostruzioni, utilizzate durante i suoi interventi e, a rendere ancora più coinvolgente questa mostra, vengono ricreate performance attraverso oltre 30 giovani artisti che hanno seguito una scuola creata dalla Abramović, che li mettesse in grado di ricreare le sue esibizioni. Alcune performance coinvolgono direttamente il pubblico, che può interagire con le opere o gli artisti.

The Cleaner è stata creata in collaborazione diretta con l’artista, alla quale è stato messo a disposizione l’intero palazzo Strozzi. Attraverso una ricostruzione in scala, Marina Abramović ha scelto come allestire le varie sale e il percorso espositivo.

Suddivisione delle opere tra Strozzina e Piano Nobile ^

La mostra segue un ordine temporale, ripercorrendo tutte le fasi della vita di Marina Abramović: dai primi interessi verso il mondo dell’arte, alla sua crescita in Serbia, fino alla conoscenza con il suo più grande amore: Ulay. La vita e le opere della Abramović continuano anche dopo la fine di questa storia e arrivano fino ai giorni nostri, con l’artista che continua a lavorare anche dopo i suoi 70 anni. Marina Abramović è infatti nata il 30 novembre del 1946.

All’ingresso di Palazzo Strozzi si trova il furgone Citroen con il quale Ulay e Marina Abramović girarono per svariati anni tutta l’Europa, senza un soldo, ma coltivando la loro passione per le esibizioni. Il resto della mostra si suddivide tra il piano interrato di Palazzo Strozzi, noto come “Strozzina” e il piano nobile, ovvero il primo piano.

Sostanzialmente in Strozzina si trovano quasi esclusivamente le opere partorite prima di conoscere Ulay, mentre al primo piano quelle cominciate insieme a questo rapporto d’amore fino a quelle dei nostri giorni.

Le performance attive durante la mostra sono quasi totalmente al piano nobile, tranne una che viene riproposta nell’interrato.

Marina Abramović a Firenze – Prezzi Biglietti e Informazioni Utili ^

La mostra The Cleaner è allestita all’interno di Palazzo Strozzi: un bellissimo edificio rinascimentale di Firenze, raggiungibile in appena 10 minuti di camminata dalla stazione dei treni di Santa Maria Novella.

The Cleaner è aperta tutti i giorni, compresi i festivi, dal 21 settembre 2018 fino al 20 gennaio 2019. L’orario è dalle 10.00 fino alle 20.00, mentre il giovedì è aperta fino alle 23.00. La biglietteria chiude un’ora prima della mostra (ma consiglio di arrivarci con più anticipo per poter godere al meglio di tutte le opere).

La biglietteria della mostra è al piano terra dell’edificio, ma le installazioni sono facilmente raggiungibili anche con eventuali carrozzine o passeggini, grazie agli ascensori che congiungono i vari piani del palazzo. Alcune opere non sono adatte a un pubblico troppo giovane e non è invece consentito l’accesso agli animali.

Il costo del biglietto è di € 12,00 al prezzo intero, ma con ogni probabilità si potrà acquistare il ridotto a € 9,50 grazie alle numerosissime convenzioni (ACI, ARCI, COOP, FAI, Feltrinelli, Rinascente Card) o se si hanno più di 65 anni o meno di 26. Decisamente apprezzabile è la convenzione 2×1 per chi arriva a Firenze in Freccia Bianca o Freccia Rossa e possiede la Cartafreccia. In biglietteria è possibile richiedere l’audioguida al costo di € 5,00, nella quale la stessa artista racconta le proprie opere.

Personalmente consiglio di spendere qualche euro in più e di acquistare il biglietto in prevendita, direttamente dal sito ufficiale di palazzo Strozzi. Questo permette infatti di saltare la coda alla biglietteria e di accedere direttamente alle sale della mostra. Questo ‘trucchetto’ è particolarmente raccomandato se intendete visitare la mostra nel weekend. Al mio arrivo, circa verso le 14, la biglietteria sarebbe stata facilmente raggiungibile, ma dalle 15 in avanti ho visto aumentare vertiginosamente la fila per la biglietteria.

Al primo piano si trova l’area di deposito degli zaini, ma anche il punto informazioni nel quale ritirare il kit mostra gratuito. Questo serve soprattutto per le mostre del primo piano, quindi potreste ritirarlo dopo aver visitato le opere in Strozzina. Si tratta di una borsa abbastanza pacchiana, con all’interno un book che spiega le varie opere, un blocco in cui prendere appunti e segnare suggestioni, un binocolo, delle mascherine, una corda e altri oggetti utili per vivere in maniera interattiva The Cleaner.

Calendario Performance dal vivo ^

Nello scegliere quando visitare The Cleaner, consiglio di tenere d’occhio il calendario delle re-performance dal vivo. Queste infatti non sono attive tutti i giorni e a tutte le ore della mostra, ma essendoci artisti live, che ripropongono alcune performance di Marina Abramović, le esibizioni seguono un calendario ristretto. Tra queste ce ne sono di davvero intense anche dal punto di vista fisico per gli artisti.

Questo il calendario completo delle performance in breve, anche se può subire piccole variazioni:

  • Imponderabilia: all’ingresso del piano nobile. Attiva tutti i giorni dalle 11.30 alle 19.30. Il giovedì è prolungata fino alle 21.30;
  • Luminosity: all’interno di una piccola stanza della sala 7, al piano nobile. Attiva il lunedì, il giovedì e il venerdì dalle 15.00 alle 16.00 e la domenica dalle 12.00 alle 13.00. Io ho visitato la mostra durante la giornata del sabato ed è stata comunque proposta dalle 15.00 alle 16.00, anche se non a calendario;
  • Cleaning the Mirror: all’interno del piano nobile. Attiva tutti i giorni escluso il lunedì e il giovedì, dalle 14.30 alle 19.30;
  • The House with Ocean View: all’interno del piano nobile. Attiva solamente nel periodo 4 dicembre 2018 dalle 18.30 al 16 dicembre fino alle 18.30;
  • The Freeing Series: nella Strozzina. Si tratta di tre tipologie differenti di performance: Freeing the Voice, Freeing the Body, Freeing the Memory. Attiva nelle giornate di giovedì e sabato dalle 16.00 fino alla chiusura.

Le opere in mostra a The Cleaner ^

Le opere in mostra nella mostra The Cleaner sono oltre cento, e infatti la mia visita alla mostra dura oltre due ore. A seguire un elenco, non esaustivo, di quanto visto. Seguendo l’ordine pensato in fase di allestimento comincio la visita al piano interrato, per poi proseguirla al piano superiore.

Early Works ^

Il percorso tra le opere di Marina Abramović inizia nella sezione denominata “Early Works”, nella sala subito a destra dell’ingresso. Qui sono esposti quasi esclusivamente quadri. Quest’artista infatti si avvicina all’arte da molto giovane, frequentando l’accademia delle Belle Arti di Belgrado e dedicandosi alla pittura.

In mostra si trovano alcuni quadri inediti, come l’autoritratto del 1965 e alcuni dipinti delle serie Truck Accident e altri di Clouds. Dei primi, Marina Abramović, dice che provava una forte attrazione per gli incidenti stradali, mentre le nuvole erano astratte: realistiche, ma simboliche, che la stessa artista definisce delle noccioline giganti. Non a caso, a poca distanza, si trova un quadro composto da un’arachide piantata al muro che, attraverso la forma e l’ombra ripropone nuovamente una nuvola.

Non appagata dai dipinti, però, la Abramović cerca nuove forme di espressione e comincia a frequentare lo Studentski Kulturni Centar (SKC) di Belgrado, istituito da Tito nel 1968 e che permette agli artisti di sperimentare nuove forme espressive.

Le Prime Performance: Rhythm ^

Quello che colpisce Marina Abramović sono altri artisti, come Chris Burden, Vito Acconci, Joseph Beuys, che fanno un’arte che si mischia con le performance in un periodo, gli anni ’70, molto favorevole a questa tipologia di espressione.

Arrivata all’arte performativa, la Abramović le si dedica completamente e comincia a lavorare con il proprio corpo, non sottraendosi nemmeno al dolore.

Tra il 1973 e il 1974 si cimenta nella serie Rhythm, eseguita tra Jugoslavia e Italia. Marina Abramović ha infatti un fortissimo legame con il nostro paese. In tutta la serie, l’artista si sottopone a grandi prove di resistenza fisica e mentale. In mostra si trovano diverse documentazioni di queste performance: video, fotografie e oggetti di scena.

Rhythm 10 ^

Rhythm 10 è una performance del 1973, nella quale circondata da svariati coltelli, se li passa tra tutte le dita delle mani, fino a quando non si ferisce. Ferendosi abbandona il coltello scelto e ripete l’operazione con il successivo. Nel frattempo registra l’audio dei colpi del coltello.

Terminati i coltelli riprende la stessa attività da capo, aggiungendo come base il sottofondo registrato precedentemente e seguendone il ritmo. La performance intende che l’uomo continua a reiterare gli stessi errori commessi in passato.

Rhythm 10 - Performance con Coltelli di Marina Abramović

Rhythm 0 ^

Rhythm 0 è stata eseguita a Napoli, nel 1974. Si tratta di una delle performance artistiche che, probabilmente, ha suscitato più scalpore ai tempi in cui venne eseguita. In una sala Marina Abramović è ad uso esclusivo del pubblico e ferma e muta accetta che gli venga fatta qualsiasi cosa, assumendosene la totale responsabilità.

In sala è presente anche un tavolo con vari oggetti che il pubblico può utilizzare come meglio crede, su di lei. Tra questi ci sono anche una pistola con un proiettile e svariati coltelli. Dapprima le persone usavano modi gentili nei confronti dell’artista, ma poi hanno cominciato a tagliarle i vestiti e a diventare progressivamente più violenti.

Sono famose alcune immagini di questa performance dove si vede la stessa Marina Abramović in lacrime mentre subisce le attenzioni del pubblico e si dice che l’esibizione era arrivata al punto in cui le stavano mettendo in mano la pistola già carica per sparare, se solo le persone del pubblico non avessero preso a litigare tra loro.

Rhythm 0 - Marina Abramović a Napoli immobile mentre il pubblico interagisce con lei e oggetti disponibili

Role Exchange ^

La mostra procede lungo un corridoio nel quale sono esposti due ritratti e due video di lei e un’altra donna. Questi fanno parte di Role Exchange. Marina Abramović è ormai conosciuta nell’ambiente artistico e nel 1975 scambia il suo ruolo di artista con Suze, una prostituta che lavorava nel quartiere a luci rosse di Amsterdam. Per una notte l’artista indossa i panni della prostituta, mentre la prostituta indossa quelli della Abramović presentandosi al suo posto all’inaugurazione di una mostra.

Questo scambio di ruoli e come le persone si comportavano con le due donne, mette in luce come l’identità del singolo sia costruita all’interno dei sistemi consolidati della società e non rappresenti appieno l’identità unitaria dell’individuo.

Continuando, lungo il corridoio, si trova la prima reperformance in mostra, tratta dalla serie Freeing.

Role Echange - Scambio di ruoli tra artista e prostituta

Lips of Thomas ^

Una sala è dedicata alla suggestiva performance Lips of Thomas, del 1975 e reinterpretata dalla stessa protagonista pochi anni fa.

Nella sala, sopra un palco preparato ad hoc c’è una grossa croce di ghiaccio sulla quale si trova una lampada riscaldante. Al fianco solo un tavolo con sopra miele, vino rosso e pochi altri oggetti. A terra delle lamette, un bastone e delle scarpe. Sul muro due schermi mostrano i video delle performance dell’artista.

In questa opera si fa riferimento a riti di purificazione e alle pratiche di autoflagellazione. Marina Abramović mangia un chilo di miele, beve il vino e poi si alza e con una lametta si incide sulla pancia una stella a cinque punte, simbolo che ritorna spesso nelle sue opere. Inizia a sanguinare e lentamente si sdraia sulla croce di ghiaccio che lentamente intorpidisce il corpo. All’altezza della ferita si trova la lampada che col calore fa aumentare il sanguinamento della croce.

Durante la performance il pubblico reagiva a causa della potenza della scena che gli si proponeva, creando un rapporto con l’artista e diventando protagonista diretto della performance.

Manifesto della vita di un artista ^

Meno forte è invece il “Manifesto della vita di un artista”: un lungo muro sul quale vengono riportati i credo e i propositi a cui, secondo Marina Abramović, un artista deve tenere fede durante tutto il suo percorso.

Ovviamente la maggior parte di questi riguardano direttamente la vita privata dell’artista stesso, come l’accoglienza della sofferenza o il rinnegare il suicidio o ancora il non avere autocontrollo sulla propria vita.

Manifesto della vita di un artista - Marina Abramović

Art must be beautiful / Artist must be beautiful ^

Proseguendo lungo il percorso di visita arriviamo al video della performance “Art must be beautiful / Artist must be beautiful”, nel quale Marina Abramović giudica con ironia la concezione artistica del tempo in Jugoslavia, nella quale le opere dovevano essere belle e non necessariamente comunicare un messaggio forte e potente.

L’artista vedeva invece nell’arte una forma di espressione concentrata sul contenuto e non sulla forma, così in una performance la Abramović impugna due spazzole con le quali continua a pettinarsi prima in maniera dolce poi sempre più violentemente come per infliggersi una punizione, ripetendo come un mantra il titolo dell’opera: “Art must be beautiful, artist must be beautiful”.

Secondo lei l’arte deve essere disturbante, porre domande e predire in qualche modo il futuro. L’arte deve poter essere usata ogni giorno e, attraverso significati stratificati, essere in grado di dare al pubblico ogni volta un nuovo significato.

Art must be beautiful - Artist must be beautiful - Marina Abramović protesta contro la bellezza nell'arte

Reperformance: Seven Easy Pieces ^

Passiamo alla sala successiva, dedicata a sette video in cui vengono trasmesse le reperformance di “Seven Easy Pieces”. Nel 2007, per 7 notti consecutive Marina Abramović ha reinterpretato alcune innovative performance create negli anni ’60 e ’70 da altri artisti all’interno del Guggenheim Museum.

Il progetto è basato sul fatto che esiste scarsa documentazione per la maggior parte delle performance appartenenti a questa incerta fase iniziale di quest’arte: spesso ci si basa su testimonianze o fotografie, che però mostrano soltanto alcune parti di un’opera. La reperformance esamina la possibilità di riallestire e preservare un’opera d’arte che è per natura effimera. Facendola interpretare ad artisti differenti rispetto ai creatori, l’opera comincia a vivere di vita propria, mutando anche a seconda di chi la interpreta.

Marina Abramović - Seven Easy Pieces al Guggenheim Museum - Frame di Entering the other side

Le performance rimesse in scena sono state:

  • Body Pressure di Bruce Nauman (1974);
  • Seedbed di Vito Acconci (1972);
  • Action Pants: Genital Panic di Valie Export (1969);
  • The Conditioning: First Action of Self-Portrait(s) di Gina Pane (1973);
  • Autoexplain Pictures to a dead hare di Joseph Beuys (1965);
  • Lips of Thomas di Marina Abramovic (1975);
  • Entering the other side (2005) di Marina Abramovic.

Terminiamo così il nostro percorso in Strozzina e procediamo verso il piano nobile, ovvero il primo piano di Palazzo Strozzi, dove continua la mostra.

Relation I ^

Le prime due sale di questo piano sono dedicate completamente al rapporto con Ulay e alle loro performance di coppia. Quando Marina Abramović lo conosce si lega a tal punto con questo uomo da non poterne più fare a meno. Con un piccolo furgone gira per l’Europa, senza soldi ma con tanta voglia di far conoscere il suo pensiero e la sua arte.

In “relation” il progetto gioca sulla dualità e sulla simbiosi di due individui che spesso si incontrano per dar fondo alla loro resistenza fisica. Le opere sono scandite da una profonda capacità di sopportazione reciproca e da una provocazione continua per spingere l’altro a un livello superiore.

La regola era quella di documentare il tutto con estrema precisione e non ripetere mai la stessa performance più volte, se non ai fini documentaristici per raggiungere un pubblico sempre maggiore.

Arrivando a questo piano, da dietro il vetro di ingresso alla mostra, si può chiaramente vedere Imponderabilia, la prima reperformance di questa sezione.

Le altre esibizioni presenti qui sono riprodotte in video proiettati su grandi schermi e sono:

  • Breathing in/Breathing out (1977) dove l’Abramović e Ulay sono inginocchiati l’uno davanti all’altra e respirano in maniera unitaria: le bocche sono a contatto e il naso di lei chiuso da tamponi che non gli permettono di respirare diversamente. Inizialmente Ulay respira ossigeno ed emette anidride carbonica che passa all’Abramović, poi anche lui comincia a respirare l’anidride carbonica che si scambia come in un circuito chiuso;
  • Light/Dark (1977), i due sono sempre inginocchiati uno davanti all’altro e illuminati da potenti riflettori si schiaffeggiano vicendevolmente fino a quando uno dei due, esausto, smette;
  • Aaa-aaa (1978), è il celebre video nel quale Ulay e l’Abramović si urlano addosso l’un l’altro. Le bocche vicine emettono un suono regolare ma di intensità sempre maggiore, costruendo una tensione crescente. La performance continua in questo modo fino a che quasi non si urlano in bocca.

Relation II ^

Anche al stanza successiva continua con famose opere in cui i due sono strettamente coinvolti e anche qui le performance vengono riproposte attraverso dei video:

  • Relation in space (1976), dove camminando in posizione opposta e tornando sui propri passi, i due si incontrano sempre a metà via spalleggiandosi, alle volte anche violentemente, ma continuando per la loro strada;
  • Relation in Time (1977), dove i due sono schiena contro schiena con i capelli legati tra loro. Danno vita a una specie di cordone ombelicale che li trasforma in un essere unico, dove ogni movimento deve essere misurato per non ferire l’altro. Inoltre è necessaria una forte empatia per scegliere cosa fare, venendo meno anche il contatto visivo;
  • Expansion in Space (1977). In questa performance i due artisti sono nudi e si danno le spalle. Ripetutamente si muovono verso una colonna mobile, che spostano solo con l’impatto con il loro corpo. Le colonne hanno un peso doppio rispetto a quello del loro corpo. L’opera termina quando entrambe le colonne mobili hanno raggiunto le colonne fisse laterali;
  • Rest Energy (1980) è forse l’opera più forte in tutta la sala e rappresenta la forma più estrema della fiducia. Due casse ripropongono il battito accelerato del cuore dei due performer, mentre Marina Abramović sorregge un arco e Ulay, muovendosi ne tende la corda. Tra le dita, Ulay, ha una freccia appuntita rivolta verso il cuore dell’artista e, se avesse mollato la presa, l’avrebbe trafitta. La durata della performance era di 260 secondi, ma come riportato dalla protagonista, questi sono sembrati interminabili.

Relation II - Marina Abramović e Ulay - Rest Energy - Arco con freccia verso il cuore dell artista

Nightsea Crossing ^

I lavori artistici tra Ulay e Marina Abramović continuano e dal continuo contatto tra loro, negli anni ottanta, si passa a qualcosa di più spirituale. Entrambi hanno vissuto esperienze che li hanno portati a entrare in contatto con differenti culture, come quelle degli aborigeni. Il viaggio fisico diventa viaggio spirituale  e si introduce anche nella loro arte.

Dopo aver appreso pratiche di meditazione grazie a incontri con maestri sufi, aborigeni australiani e monaci tibetani, riescono a rimanere immobili per diverse tempo, proprio come nella serie di performance “Nightsea Crossing”. Il significato del nome parla di un viaggio in qualcosa di sconosciuto, come il mare di notte, e si riferisce alle loro esperienze, ad esempio, quella con gli aborigeni.

Durante queste performance i due artisti sono agli estremi di un tavolo dove, rimanendo presenti per lunghi periodi di tempo, percepiscono un aumentare e un diminuire della presenza stessa, un passaggio dal materiale all’immateriale, dal tempo misurabile all’infinito.

La performance è stata riproposta oltre venti volte, ultima delle quali nel 1987. Veniva allestita prima dell’apertura del museo e terminava dopo la chiusura, in maniera tale che i visitatori non potessero vederne ne inizio ne fine. Durante tutta la performance i due artisti rimanevano in silenzio e, come unica azione, potevano bere solamente acqua. Sul tavolo, di tanto in tanto, inserivano alcuni oggetti simbolici che possiamo ritrovare in mostra a The Cleaner. Alcuni di questi sono:

  • Cristalli di quarzo;
  • Foglio di carta bianco piegato a forma di barca;
  • Forbici cinesi;
  • Elefante in argilla;
  • Quattro boomerang in pino dipinti di nero.

Nightsea Crossing - oggetti di scena delle performance

The lovers – Great Wall Walk e The Sun and The Moon ^

Nel 1987 tra Ulay e Marina Abramović cambia qualcosa, forse sono gli inizi della fine del loro rapporto d’amore. I due non riescono più a creare performance insieme e così, come simbolismo, costruiscono due grandi vasi delle dimensioni dei loro corpi. Come se fossero due pianeti, uno riflette la luce mentre l’altro la assorbe. Questa installazione è chiamata “The Sun and The Moon” e a Firenze viene riproposta nella versione del 1989, dove i due vasi sono rossi e stesi a terra, ricordando la forma di due cuori. In questa posizione, caduti ma ancora collegati rappresentano l’affetto tra di loro ma anche la sopraggiunta impossibilità di comunicare.

Siamo arrivati al 1988, quando Ulay e Marina Abramović decidono di lasciarsi. Una vita condivisa insieme con performance non può che chiudersi con l’ennesima performance. “The lovers” era in realtà in programma da diversi anni e doveva celebrare il loro amore attraverso una lunga passeggiata sulla Grande Muraglia Cinese, ma a causa della difficoltà nell’ottenere i permessi arriva troppo tardi. I due decidono di sfruttare questa opportunità per dirsi addio. Il 30 marzo 1988 Marina Abramović parte dal passo Shanhai camminando verso ovest, mentre Ulay parte dal deserto dei Gobi procedendo verso est. I due si incontrano a metà strada dopo novanta giorni e dopo aver percorso duemilacinquecento chilometri.
Si abbracciano e si dicono addio, terminando anche la loro collaborazione artistica e procedendo entrambi nel loro cammino.

The Lovers - Great Wall Walk e The Sun and the Moon - Marina Abramović e Ulay

The Hero ^

Nella sala successiva è presente la re-perfomance di Cleaning the Mirror risalente al 1995 e il video di The Hero del 2001. In “The Hero” Marina Abramović è ferma su di un cavallo bianco con in mano una bandiera dello stesso colore. Questa performance è legata alla memoria, alla sua terra di origine e ai suoi genitori.

Fu realizzata dall’artista dopo la perdita del padre Vojo, che fu un eroe partigiano. Nel video lei si rappresenta a cavallo come il padre ed è accompagnata da un sottofondo musicale che celebra l’inno della Jugoslavia comunista.

Balkan Baroque ^

Separata da una pesante tenda si trova il resto della mostra al piano nobile di Palazzo Strozzi. Le prime sono due opere molto discusse: Balkan Baroque e Balkan Erotic Epic.

Balkan Baroque fu concepita successivamente alle devastanti guerre balcaniche degli anni novanta. Quando nel 1997 l’Abramović è invitata a rappresentare la Serbia e il Montenegro alla Biennale di Venezia, si ritira per l’elevata controversia dell’opera. Nonostante ciò, dopo un confronto con il curatore Germano Celant, allestisce l’opera in un sottoscala. Si tratta di un’opera piuttosto forte e il successo della critica la porta a vincere il Leone d’Oro.

In Balkan Baroque Marina Abramović si trovava seduta nel sottoscala del Padiglione Italia, su di una catasta di ossa di vacca. Sotto a tutte se ne trovavano cinquecento pulite mentre, sopra, altre duemila ancora sporche di sangue, con pezzi di carne e cartilagini ancora attaccate. Per sette ore al giorno Marina Abramovic prendeva queste ossa e cercava di ripulirle, mentre dietro di lei venivano trasmette le immagini di suo padre e di sua madre: Danica portava le mani dal cuore in alto, fino a coprirsi gli occhi, mentre Vojo brandiva la sua pistola.

Il clima era pesante e il caldo fece sì che le ossa iniziarono a marcire e produrre vermi, ma nonostante ciò l’artista continuò per quattro giorni nel suo lavoro. L’odore veniva descritto come insopportabile, un po’ come quello dei cadaveri su un campo di battaglia.

In mostra, oltre al video della performance originale, si trovano tantissime ossa accatastate e pulite. Nonostante ciò l’odore nella sala è piuttosto forte e, infatti, gli addetti della mostra che stazionano qui tengono un fazzoletto al naso per respirare meglio.

Balkan Baroque - Marina Abramović - ossa di vacca con forte odore

Balkan Erotic Epic ^

Dietro una tenda c’è l’accesso a Balkan Erotic Epic. Teoricamente è consentito l’accesso solo ai maggiori di 18 anni, per via delle immagini esposte al suo interno, in un video che scorre su tre pareti della sala. Penso che anche qui ci sarebbe da fare una riflessione: io ho trovato molto più forte la scena presentata in Balkan Baroque che quella qui dentro.

Questa performance risale al 2009 ed è dedicata al rapporto tra corpo, sesso e morte nella cultura popolare balcanica. Nel folklore di questi territori i genitali maschili e femminili sono estremamente importanti nei riti legati alla cura del corpo e all’agricoltura. In questi riti le donne mostrano vagina, ano, seno e sangue mestruale, mentre gli uomini si masturbano senza alcuna inibizione.

Nonostante l’idea di crearne una video installazione le venne nel 2005, Marina Abramović riuscì solo nel 2009 a terminare il progetto. Ci vollero ben due anni a trovare i partecipanti disponibili a farsi riprendere, ma poi ce la fece. Nei video femminili, sulle due pareti laterali, è presente lei in prima persona.

Count on us ^

Collegato al suo paese d’origine, la Serbia, è anche la performance di “Count on US”. L’opera risale al 2004 e l’artista è delusa dall’impegno dell’ONU durante la guerra del Kosovo. Decise quindi di dirigere un coro di ottantasei bambini, vestiti di nero come per un funerale, mentre intonano un inno all’ONU.

L’Abramović ricopre il ruolo di direttrice di orchestra e, anche lei, è vestita di nero. Sul retro del suo corpo e sulla parte davanti, ha applicato due scheletri che seguono i suoi movimenti mentre fa eseguire l’inno.

Count on Us - Performance di Marina Abramović che dirige un coro di bambini con uno scheletro sul suo corpo

Transitory Objects for Human Use: Chair for Human Use e Black Dragon ^

Dopo aver finito la Great Wall Walk, nell’addio con Ulay, Marina Abramović cominciò subito un nuovo corpus di opere con l’intenzione di continuare la sua purificazione psichica, raccontando la sua esperienza al pubblico.
Cominciò a installare minerali e cristalli, spesso trovati durante la sua camminata in Cina, in oggetti dall’uso comune. Il motivo è che si dice che sotto la muraglia cinese corrano due draghi che si incontrano. Questi due draghi corrispondono alla composizione del terreno, ricco di minerali. L’artista si accorse che la composizione del terreno aveva la capacità di condizionare il suo stato d’animo, perciò ricreò oggetti di uso comune con questi materiali, per far rivivere la sua esperienza al pubblico.

Non faceva una performance in solitaria da 12 anni, cioè da prima di aver incontrato Ulay. Attraverso gli oggetti che ha creato, il pubblico diventava protagonista e percepiva cosa aveva sperimentato lei in Nightsea Crossing e mentre percorreva a piedi la grande muraglia. Grazie alla medicina cinese l’artista ha trovato una corrispondenza tra i minerali impiegati e le parti del corpo.

Crystal Brum - Transitory Objects for Human Use - Scopettoni con pietre minerali

Il nome “Transitory Objects for Humane Use” sottointende un doppio significato:

  • l’energia emanata attraverso questi oggetti è un mezzo per arrivare a una consapevolezza contemplativa e rinnovante;
  • gli oggetti sono temporanei, perché poi verranno abbandonati, non appena raggiunta la consapevolezza desiderata.

Nonostante il loro peso, costo e ingombro, gli oggetti rappresentavano solo un passo verso un ulteriore obiettivo ideologico: l’arte senza oggetti.

In mostra si possono ritrovare:

  • Crystal Brum, grandi spazzoloni appoggiati alla parete;
  • Chair for Human Use, una sedia in legno a cui sono stati applicati i minerali. Il pubblico è invitato a sedersi, chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare dalle sensazioni;
  • Black Dragon, una serie di rocce e pietre minerarie applicate alla parete a diverse altezza. Il pubblico deve avvicinarsi e premere tempie, petto e genitali contro ognuna di queste;
  • Shoes for Departure, un paio di grandi scarpe scavate nei minerali. Anche in questo caso il visitatore è invitato a indossare queste scarpe a piedi nudi;
  • Bed for Human Use è invece un letto con alle estremità due grosse pietre. Lo stesso si trova anche in Strozzina davanti all’opera “Art must be beautiful, artist must be beautiful”.

The Onion ^

Nella sala successiva si trova l’ingresso alla re-performance di Luminosity. Quando non è presente un’artista a reinterpretare l’opera, è comunque possibile vedere i pochi oggetti di scena.

Sul muro viene invece mostrato il video del 1995 di “The Onion”, nel quale l’artista mangia una cipolla intera mentre, rivolgendo gli occhi al cielo, si lamenta della sua vita. In questo caso la performance era finalizzata alla creazione del video. Non avendo però raggiunto subito i risultati sperati, l’Abramović ripete la registrazione per ben tre volte, mangiandosi ben tre cipolle.

The Onion - Video Performance di Marina Abramović registrata tre volte

Portrait with Golden Mask ^

Sul muro adiacente viene proiettato un altro video, risalente al 2009, nel quale l’artista indossa una maschera fatta di foglie d’oro. Questo sembrerebbe un’immagine statica, se non fosse che un leggero vento fa sventolare le foglie in maniera quasi impercettibile. La maschera, applicata inizialmente in tutto il viso, va via via sgretolandosi, rimanendo solo intorno alla bocca.

Portrait with Golden Mask - Autoritratto di Marina Abramović - Arte Performativa

Counting the Rice ^

Tra le installazioni in mostra ce ne sono alcune che si rifanno a quelle di tipo partecipativo. L’obiettivo dell’Abramović è quello di invitare il pubblico ad espandere la percezione della “non esistenza del tempo”, spesso attraverso esercizi anche piuttosto semplici. Tra queste opere quella che coinvolge più pubblico, è sicuramente “Counting the Rice“.

In questa epoca il tempo vale sempre di più, perché se ne ha a disposizione sempre meno. In Counting the Rice, l’artista vuole dare la possibilità al pubblico di riflettere sul tempo, sulla vacuità e sul vuoto. Per farlo invita i visitatori a depositare i propri oggetti, indossare un paio di cuffie che isolano dal mondo esterno e prendere un pugno di riso e lenticchie nere, per poi passare i minuti successivi a contattare i chicchi raccolti. La speranza è quella di far connettere i partecipanti con loro stessi e con il proprio presente.

Private Archaeology ^

La mostra sta giungendo al termine e io credo che la durata indicativa di un’ora e mezza, sia poco rispetto a quanto ci stiamo mettendo e a quanto sarebbe necessario impiegarci. Prima di uscire rimangono ancora tre opere. La prima è “Private Archaeology“: dei grandi raccoglitori in legno dove Marina Abramović conserva oggetti e manufatti, brani estratti da libri, fotografie di performance di altri artisti e tanto altro. Questi rappresentano la fonte delle sue ispirazioni e sono distribuiti su cinquantanove collage disposti in maniera tematica:

  • luoghi di potere;
  • cibo;
  • preparazione per passare dall’altra parte;
  • morte;
  • passaggio finale.

Confession ^

Sulla parete della sala in cui è ospitata “Private Archaeology” si trova anche “Confession”, un video del 2010 in cui Marina Abramović passa in rassegna i suoi ricordi di infanzia e giovinezza, osservando un asino che, quasi incantato, rimane immobile davanti a lei.

Il video dura 60 minuti ed è incredibile come l’artista riesca a rimanere in questa posizione senza soffrire. A sorprendere è anche l’intensità degli sguardi scambiati tra lei e l’asino che, per tutta la durate della performance, rimane fermo guardandola negli occhi.

Confession - Video in cui Marina Abramović ricorda la sua infanzia davanti a un asino - The Cleaner a Firenze

The Artist is Present ^

La mostra si conclude con una sala interamente dedicata a una delle sue performance più famose: “The Artist is Present”, del 2010. Per tre mesi l’Abramović  è stata presente al MoMA di New York, disponibile ad avere un contatto diretto con i visitatori. Seduti su due sedie poste una di fronte all’altra, lo spettatore poteva prendere posto e fissare negli occhi l’artista.

Per sette ore al giorno l’artista rimaneva seduta e fissava negli occhi le persone che decidevano di creare questo scambio con lei. Durante queste ore l’Abramović  non mangiava, non beveva e non andava al bagno, si dedicava esclusivamente a fissare il dolore dentro gli occhi dei visitatori. L’aspetto interessante di questa performance è che il pubblico osserva se stesso e l’osservatore diventa a sua volta osservato.

Di questa performance si trova una grandissima documentazione in rete e, tra i passaggi più noti, c’è quello dove, a sorpresa, si siede Ulay dall’altra parte del tavolo. Anche per i più duri di cuore si tratta sicuramente di un momento estremamente emozionante.

The Artist is Present - Marina Abramović mostra The Cleaner a Palazzo Strozzi

Le Reperformance in mostra a The Cleaner ^

Durante tutta la mostra di The Cleaner, presso Palazzo Strozzi di Firenze, vengono riproposte delle performance di Marina Abramović. Per farlo, l’artista ha istituito una scuola in cui forma nuove persone per riproporre con  la stessa intensità e significati le sue esibizioni.

A Firenze sono presenti oltre trenta performer che si alternano negli spettacoli. Nell’organizzazione della visita consiglio di verificare il calendario delle reperformance per scegliere una giornata con il maggior numero possibile di spettacoli. Vedi il calendario delle performance sopra indicato.

Le esibizioni sono quasi esclusivamente al piano nobile di Palazzo Strozzi, eccezion fatta per Freeing che è in Strozzina.

Freeing ^

Freeing fa parte di una serie di tre performance, nelle quali l’Abramović crea un rito di passaggio nel quale libera il suo corpo e la sua mente dal legame con Belgrado, sua terra natale. Ritiene che questo sia necessario prima di abbandonarla nel 1975 e aprirsi al mondo. Nelle tre performance l’artista ripete parole, suoni e gesti fino alle sfinimento mettendo alla prova la propria capacità di resistenza. Balla fino a a essere esausta, recita parole che le vengono in mente fino a sgomberare la mente, urla sdraiata con la testa all’indietro fino a non poterne più.

La serie è composta da:

  • Freeing the body, nel quale l’Abramović balla fino allo sfinimento;
  • Freeing the voice, nel quale urla fino a perdere la voce dopo tre ore;
  • Freeing the memory, nel quale recita tutte le parole che le vengono in mente fino a svuotare la mente.

Durante la nostra visita un ragazzo interpreta Freeing the memory. La sua voce si sente fin da fuori la stanza, amplificata da un microfono.

Freeing Series - Reperformance di Marina Abramović a Palazzo Strozzi di Firenze

Imponderabilia ^

Imponderabilia è forse la performance più conosciuta di Marina Abramović insieme a The Artist is Present. Originariamente presentata nel 1977 presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, prevede che i due artisti stiano nudi ai lati della porta di ingresso rivolti verso i visitatori. Il pubblico, per entrare alla mostra, deve passare tra i due corpi che rimangono fermi continuando a fissarsi vicendevolmente. Inevitabilmente la persona che vi passa attraverso deve farlo di taglio e scegliere se girarsi verso l’uomo o verso la donna. Questa scelta, unitamente all’espressione, alla velocità e alla delicatezza con la quale avviene il passaggio può rivelare molto dell’individuo in maniera inconscia.

La stessa Abramović sostiene che “l’importanza predominante degli elementi imponderabili determina il comportamento umano“.

La performance a Bologna termina dopo appena 90 minuti e 350 visitatori, a causa dell’interno della polizia che intervenne per cessare l’esibizione. A Firenze, invece, la performance va avanti quasi per l’intero orario di apertura della mostra e, variando spesso gli artisti presenti, può capitare di assistere al “cambio della guardia”, dove i nuovi performer salgono con un camice bianco e con un passaggio predefinito sostituiscono i performer precedentemente presenti.

Imponderabilia, a palazzo Strozzi, è allestita subito all’ingresso della mostra al piano Nobile ed è visibile già recandosi al deposito bagagli e punto informazioni sullo stesso piano. Volendo è possibile scegliere di non passare tra i performer, ma accedere comunque alla mostra: è stato infatti ricreato un arco in mezzo alla sala che ospita questa esibizione ed, eventualmente, si può passare anche lateralmente.

Cleaning the mirror ^

Cleaning the Mirror è una performance che si trova subito dopo le varie opere che coinvolgono Ulay nella vita dell’artista. L’opera fa parte di una serie di video del 1995 in cui Marina Abramović interagisce con uno scheletro umano che rappresenta il proprio doppio, in una dualità tra vita e morte che si rifà ai rituali appresi presso i monaci tibetani.

Durante la performance l’artista è intento a pulire energicamente lo scheletro con una grande spazzola, aiutandosi con un secchio pieno di acqua sporca. Inevitabilmente lo scheletro non si pulisce, ma anzi continua sempre di più a sporcarsi e sporca anche l’artista occupato in questo compito.

In Cleaning the Mirror II Marina Abramović è distesa completamente nuda con lo scheletro sopra di se, che si muove allo stesso ritmo del suo respiro, ricalcando un ancestrale confronto con la morte.

The house with the Ocean View ^

Dopo un’altra pesante tenda di divisione tra le sale arriviamo alla penultima performance in mostra. Purtroppo questa è l’unica che non riusciamo a vedere live, perché eseguita solo per dodici giorni a partire dal 4 dicembre 2018. Quello che possiamo vedere, però, è l’allestimento della scena che è presente per tutta la durata di The Cleaner.

Allestita originariamente nel 2002 alla Sean Kelly Gallery di New York la scenografia è composta da tre interni sollevati e raggiungibili attraversa una scala a pioli, formati da coltelli con la lama rivolta verso l’alto. Durante la performance Marina Abramović ha vissuto in questi spazi per 12 giorni senza mangiare ne parlare ne scrivere. Poteva spostarsi da un interno all’altro grazie alle aperture sui lati delle tre stanze e il pubblico poteva vederla dormire, meditare, fare la doccia o usare il bagno. La performance era una dichiarazione di trasparenza e di stato di impotenza da parte dell’artista, che creava un dialogo di energia tra lei e gli spettatori.

Scalinata di coltelli della reperformance The House with the Ocean View di Marina Abramović a palazzo Strozzi

Questa performance nasce dal desiderio di capire se è possibile usare una semplice routine quotidiana con regole e fortissime restrizioni per purificare se stessi e riuscire a modificare il proprio campo energetico. L’interrogativo si estende poi sulla possibilità di modificare il campo energetico anche del pubblico e dello spazio, attraverso una partecipazione indiretta all’opera.

A parte le privazioni che si era stabilita, l’Abramović aveva libero accesso all’acqua, aveva la possibilità di cantare e doveva fare tre docce al giorno. Poteva invece dormire per massimo sette ore a notte.

Durante la performance erano stati pensati anche i vestiti da indossare, ispirati a Alexander Rodchenko, e i cui colori sono stati scelti secondo i principi del quadrato vedico indù. In qualche modo questa performance era ancora collegata all’esperienza lungo la grande muraglia cinese: gli stivali indossati sono quelli già usati nel 1988 per camminare verso l’incontro con Ulay nell’esperienza della Great Wall Walk.

Luminosity ^

Proseguendo nella  mostra è possibile accedere ad un’altra stanza, nella quale viene rieseguita la performance artistica conosciuta con il nome di Luminosity, del 1997. Bisogna organizzarsi o essere particolarmente fortunati per vedere queste reperformance e non la sala vuota con solo gli attrezzi di scena, perché essendo veramente impegnativa dal punto di vista fisico viene programmata solo per pochi giorni e per un’ora alla volta.

In Luminosity la performer si trova seduta, sospesa da terra, su di un sellino di una bicicletta. Le braccia e le gambe sono sospese e vengono utilizzate esclusivamente per bilanciare il corpo e mantenere l’equilibrio. Una luce che arriva dalla parte opposta della stanza varia di intensità durante la performance e abbaglia praticamente l’artista, che attraverso la posizione precaria, la sua nudità e l’esposizione agli sguardi del pubblico, diventa estremamente vulnerabile.

Marina Abramović interpreta questo lavoro come una riflessione sulla solitudine, sul dolore e sull’elevazione spirituale e implica un forte scambio di energia tra la performer e il pubblico che incrocia il suo sguardo. Durante la performance mi è capitato di incrociare gli occhi della ragazza che reinterpreta Luminosity e ho provato difficoltà a mantenere il contatto visivo a lungo.

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The Cleaner - Marina Abramović a FirenzeMarina Abramović a Firenze: tutte le informazioni su The Cleaner, calendario delle performance live, opere in mostra, fotografie e spiegazioni.https://www.lorenzotaccioli.it/the-cleaner-marina-abramovic-a-firenze/
Lorenzo Taccioli